La diagnosi di celiachia è arrivata come una doccia fredda quando avevo 37 anni. All’inizio è stata molto dura perché ho dovuto fare i conti con la rinuncia dei sapori della nonna a cui ero tanto affezionata e ho dovuto scontrarmi con lo scoglio della vita sociale perché non potevo condividere la colazione o un pasto tra colleghi nel solito locale. Era tutto cambiato e dovevo imparare di nuovo a cucinare, a lavorare con farine difficili, a gestire la tavola e ho scoperto che abitando in un paese di provincia la cultura della celiachia era alcuanto scarsa. Lavoro in un piccolo ospedale della Bassa Modenese e non ci sono ad oggi locali convenzionati dove poter consumare un pasto, solo crackers o biscottini tristi. Trascorro al lavoro tante ore della mia giornata e non posso contare sulla possibilità di un pasto completo senza glutine. Restituisco ogni mese miei buoni pasto all’azienda. Qualcuno mi ha detto di utilizzarli comunque per la famiglia, ma non trovo giusto che un’azienda sanitaria che offre il pasto ai pazienti per obbligo di legge, non si preoccupi di prevedere percorsi dedicati anche ai dipendenti. Ora ho 47 anni e ho imparato a cucinare con tante farine diverse, mi faccio il pane, la pizza, le torte i panzerotti, sono riuscita a fare persino le zeppole di SanGiuseppe. Ringrazio la mia farmacia di fiducia a San Felice sul Panaro che ha costruito letteralmente un minimarket con qualsiasi prodotto, persino i ravioli cinesi. Le zone di provincia sono sempre un po scarne e se voglio consumare un pasto equilibrato al lavoro devo portarlo da casa perché ancora non viene offerto nulla di concreto ai dipendenti a meno che non ci si impunti e non so ancora se ce la farò. AIC mi ha offerto il supporto psicologico e dietologico che ho apprezzato tantissimo. Forse la strada è tanto lunga, ma di passi se ne fanno tanti.